Intesa Sanpaolo ha recentemente presentato uno studio, alla cui elaborazione ha partecipato la Divisione IMI Corporate & Investment Banking, insieme all’area Chief Sustainability Officer, di Intesa Sanpaolo.
Lo studio aveva un obiettivo molto concreto: costruire un modello della rete elettrica europea e simulare quali variabili incidono di più sul prezzo medio dell’elettricità.
Il punto di partenza è noto.
Dopo gli shock energetici degli ultimi anni, e dopo il Rapporto Draghi, l’energia non è più soltanto un tema ambientale o tecnologico.
È un tema di competitività industriale.
È un tema di sicurezza economica.
È un tema di accessibilità per imprese e famiglie.
Quando il prezzo dell’elettricità è troppo alto, l’industria perde ossigeno.
E quando l’industria perde ossigeno, tutta l’economia respira peggio.
La risposta più intuitiva è dire: dobbiamo costruire di più.
Più interconnessioni.
Più batterie.
Più rinnovabili.
Più centrali flessibili a gas, come i CCGT, per garantire sicurezza al sistema.
Tutto questo serve.
Ma lo studio mette in evidenza un punto semplice, e proprio per questo spesso sottovalutato. Non basta aumentare l’offerta. Bisogna far evolvere la domanda.
E soprattutto bisogna farla evolvere prima.
Perché ogni nuova rete, ogni batteria, ogni impianto di backup, ogni interconnessione ha un costo.
Se questi investimenti vengono realizzati in un sistema in cui la domanda resta piatta, rigida e concentrata nelle ore sbagliate, il costo unitario dell’elettricità rischia di restare elevato.
È come costruire una grande infrastruttura ferroviaria e poi usarla solo nelle ore di punta.
La capacità c’è.
L’investimento è stato fatto.
Ma il sistema non lavora abbastanza bene da diluire i costi.
La vera leva, quindi, non è semplicemente consumare di più, ma è consumare meglio.
Domanda flessibile significa spostare consumi verso le ore in cui l’elettricità è più abbondante, più economica e più pulita.
Questa è la conclusione centrale dello studio.
Se la domanda flessibile cresce in anticipo, gli investimenti in reti, accumuli e generazione vengono utilizzati meglio.
Gli stessi asset producono più valore.
E il prezzo medio può ridursi non perché gli investimenti costano meno, ma perché il sistema li assorbe in modo più efficiente.
L’economicità non si costruisce solo aggiungendo megawatt. Si costruisce anche spostando i megawattora nel momento giusto.
Questo cambia il modo in cui dobbiamo guardare alla transizione elettrica.
Non dobbiamo aspettare che l’elettricità diventi strutturalmente economica per elettrificare.
Dobbiamo creare oggi le condizioni perché l’elettrificazione sia flessibile, programmabile e conveniente.
In pratica, significa tre cose.
La prima: servono segnali di prezzo più chiari.
Imprese, investitori e consumatori devono capire quando il sistema è in surplus e quando è sotto pressione.
Senza segnali di prezzo, la flessibilità non si vede. E ciò che non si vede, non si finanzia.
La seconda: bisogna accelerare l’elettrificazione dei processi industriali dove è già tecnicamente sensato.
Un esempio importante è il calore a bassa temperatura: alimentare, carta, tessile, alcune fasi della chimica, trattamento materiali.
In molti casi, pompe di calore industriali, boiler elettrici e accumuli termici possono produrre calore quando l’elettricità costa meno e conservarlo per le ore successive.
In altre parole, una parte del calore industriale può diventare una forma di flessibilità del sistema elettrico.
Non sempre serve una batteria chimica.
A volte, la batteria è un serbatoio caldo.
A volte, è un processo industriale ben progettato.
A volte, è una fabbrica che impara a dialogare con la rete.
La terza leva è la mobilità elettrica.
Il vehicle-to-grid non va visto solo come una tecnologia per le auto.
Va visto come una rete distribuita di piccole batterie che, se aggregate e gestite correttamente, possono assorbire energia quando costa poco e restituire valore quando il sistema ne ha bisogno.
Il consumatore non è più solo un punto di prelievo. Diventa una risorsa del sistema.
Questo è il passaggio culturale più importante.
Per anni abbiamo pensato alla domanda come a qualcosa da soddisfare.
Oggi dobbiamo iniziare a pensarla come qualcosa da orchestrare.
Per i regolatori, questo significa tariffe dinamiche, regole di mercato per la flessibilità della domanda, accesso per gli aggregatori e una struttura degli oneri che non penalizzi la flessibilità.
Per l’industria, significa individuare i processi elettrificabili e costruire business case basati non solo sul costo dell’energia, ma anche sul valore della flessibilità.
Per le banche e gli investitori, significa finanziare progetti che riducono emissioni, aumentano resilienza e migliorano l’efficienza complessiva del sistema.
E per le utility, significa passare da semplici venditori di kWh a gestori intelligenti della domanda.
Vorrei chiudere con il messaggio più importante.
Il sistema elettrico più conveniente non è quello con più infrastrutture.
È quello in cui infrastrutture e domanda lavorano insieme.
L’Europa dovrà continuare a investire in reti, accumuli, rinnovabili e capacità flessibile.
Ma se vuole davvero ridurre il prezzo medio dell’elettricità, deve fare una cosa in più.
Deve stimolare subito la domanda flessibile.
Perché nella prossima fase della transizione energetica, la domanda non sarà più un elemento passivo.
Sarà una delle principali infrastrutture del sistema elettrico europeo.